Precarietà e democrazia sindacale, la battaglia ricomincia dal referendum Già più di 400 adesioni all'appello dei promotori di tre quesiti. Il primo dei quali chiede l'abrogazione della legge 30 Roberto Farneti La battaglia contro la legge 30 e la precarietà ricomincia dal referendum. Quello vero, non la "consultazione autocertificata" sull'accordo del 23 luglio su pensioni e mercato del lavoro, organizzata e gestita in proprio dai sostenitori del Sì, vale a dire Cgil Cisl Uil. Sono già più di 400 le adesioni all'appello lanciato dal Comitato promotore di tre quesiti referendari contro la precarietà e per la democrazia sindacale. Primi firmatari, il coordinatore nazionale di Sdl Intercategoriale Fabrizio Tomaselli, il leader di Rete 28 Aprile Giorgio Cremaschi, seguiti da parlamentari e dirigenti di Rifondazione e della Sinistra, e da esponenti del sindacalismo di base.
In teoria la raccolta delle firme - ne servono 500mila - potrebbe essere effettuata già nel 2008, in un trimestre scelto tra gennaio e ottobre. «Noi a questa iniziativa ci crediamo. Se poi diventerà patrimonio comune di tutta la sinistra o di parte di essa, ci saranno più possibilità che riesca ad andare in porto», spiega a Liberazione Vincenzo Siniscalchi, membro della segreteria nazionale di Sdl e tra i fondatori del Comitato. Tanto più che quella dei promotori è, come chiarisce l'appello, «una proposta aperta a modifiche, ampliamenti e integrazioni». E l'80% di sì con cui è stato approvato l'accordo sul welfare? «Noi pensiamo - risponde Siniscalchi - che sulla precarietà si debba esprimere tutto il popolo italiano, e non una parte, dal momento che è un problema che pervade la nostra società in tutti i suoi aspetti. Quella di Cgil Cisl e Uil è stata una consultazione autocertificata di una piccola parte del mondo del lavoro». Il primo quesito propone l'abrogazione completa della legge 30 «perché la cosiddetta flessibilità - denuncia Siniscalchi - è stata utilizzata in questi anni dalle aziende come uno strumento per abbattere il costo del lavoro e non per seguire i picchi produttivi delle imprese. Tanto è vero che le assunzioni a tempo indeterminato ormai non si fanno più, la precarietà del lavoro è diventata un fenomeno strutturale. Altro che contratti atipici». Stesso discorso per quanto riguarda i contratti a tempo determinato, l'oggetto del secondo quesito. «Dopo la legge del 2001 - ricorda Siniscalchi - non esistono più limiti al loro utilizzo. Per cui ci sono milioni di lavoratori, di tutti i settori, che da anni vivono in questa condizione. Adesso è stato posto il limite dei 36 mesi, oltretutto prorogabili. Dopodiché non c'è nulla che obbliga le aziende ad assumere quella stessa persona, il cui posto potrà tranquillamente essere preso da un altro precario». Il terzo quesito riguarda la democrazia sindacale. «Con il referendum del '96 - spiega ancora Siniscalchi - si è creata una situazione anomala per cui un sindacato, per essere riconosciuto, deve essere firmatario di un contratto di lavoro, anche aziendale». Questo ha determinato evidenti ingiustizie: due anni fa l'Alitalia tolse i diritti sindacali al Sult (ora Sdl), nonostante sia la più forte organizzazione tra gli assistenti di volo. «Il quesito serve a evitare che episodi del genere si ripetano ma soprattutto - precisa Siniscalchi - a sollecitare quella legge sulla rappresentanza sindacale che i lavoratori attendono dal referendum del '96». Come detto, l'iniziativa referendaria è sostenuta, al momento, da diversi esponenti di Rifondazione, tra cui il responsabile trasporti Ugo Boghetta, che definisce «temi fondamentali» quello della precarietà e della democrazia sindacale. «Certo - premette Boghetta - lo strumento referendum ha i suoi limiti. Ma è un'occasione generale per riconquistare al lavoro il centro della scena sociale e politica con una grande campagna di massa: per decidere, per cambiare. Non vorremmo passare i prossimi mesi - conclude il dirigente del Prc - a parlare solo di leggi elettorali». 29/11/2007 |